Abusos IVE SSVM

Obbedienza Impossibile: Toro, Costituzioni e il Blocco Interno dell’IVE

Ci sono frasi che, all’interno di un’istituzione religiosa, dicono molto più di quanto sembrino.

Uno di questi appare nel documento redatto per stabilire la posizione dell’Istituto del Verbo Incarnato e dei Servi del Signore e della Vergine di Matará su questioni riguardanti il suo fondatore. Lì si afferma che i membri accettano e rispettano le disposizioni che la Santa Sede legittimamente adotta, “anche se personalmente non condividiamo” il loro contenuto.

Letta fuori contesto, la frase potrebbe sembrare moderata. Nessuno è obbligato a comprendere immediatamente tutte le decisioni dell’autorità. L’obbedienza religiosa non richiede di spegnere la propria intelligenza o rinunciare a tutte le opinioni personali. Un religioso può attraversare un periodo di confusione, dolore o addirittura incomprensione di fronte a una decisione ecclesiale.

Ma il problema cambia quando quella riserva non appare come una difficoltà personale e temporanea, bensì come una posizione istituzionale espressa a nome della comunità.

Nel contesto di una famiglia religiosa che è stata interventata, corretta e sottoposta per anni alla cura della Santa Sede, “anche se non condividiamo personalmente” non sembra semplicemente obbedienza difficile. Sembra obbedienza esterna con riserva interna. Sembra un’accettazione amministrativa delle decisioni di Roma senza la piena accettazione della diagnosi su cui si basano.

E questa distinzione è decisiva.

La Santa Sede non sembra chiedere solo che alcune procedure vengano modificate, che certi nomi vengano cambiati o che l’organigramma venga riorganizzato. La questione è molto più profonda. Ciò che è in gioco è se l’Istituto possa accettare che i suoi problemi non si riducano a errori individuali, attacchi esterni o a una campagna diffamatoria contro il suo fondatore.

La domanda che Roma sembra porre è un’altra:

Cosa è successo? Chi è stato danneggiato? Quali strutture lo hanno permesso? Quali forme di autorità, obbedienza, addestramento e memoria devono essere riesaminate?

Il documento, tuttavia, sembra rispondere principalmente con una difesa legale e narrativa da parte di Carlos Miguel Buela.

Un intervento che l’Istituto non può ridurre a una persecuzione

La crisi dell’IVE non è iniziata con le denunce più recenti né con l’intervento attuale. La documentazione disponibile mostra una storia più lunga di conflitti con l’autorità ecclesiale, difficoltà di governo, problemi legati alla formazione e resistenza ai commissari pontifici.

Il decreto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica del 22 gennaio 2010 costituisce un documento centrale per comprendere questa storia. Il testo afferma che la Santa Sede era interessata da anni al conflitto della giovane istituzione con il vescovo diocesano e alle tensioni esistenti anche con la Conferenza Episcopale Argentina.

Lo stesso decreto afferma che, per attuare la normalizzazione e correggere vari problemi legali e governativi, sono stati nominati successivamente tre commissari pontifici, il cui lavoro è stato “sistematicamente respinto.”

Non si tratta, quindi, di un’invenzione recente dei critici dell’Istituto. La stessa documentazione riprodotta del decreto descrive un rapporto conflittuale con l’autorità ecclesiastica e una resistenza sostenuta agli interventi romani.

Il decreto distingue inoltre tra questi problemi istituzionali e le denunce successivamente ricevute contro Buela. La Santa Sede sostiene di aver ricevuto accuse credibili di comportamento moralmente inappropriato nei confronti dei giovani dell’Istituto e di aver ordinato un’indagine per verificare i fatti, la loro gravità e la loro imputabilità.

Secondo il documento, Buela aveva la possibilità di difendersi. Presentò un rapporto di 119 pagine con 74 pagine di annessi. L’indagine non consisteva, almeno secondo il testo del decreto, in una semplice condanna basata su voci anonime senza possibilità di risposta.

La Congregazione concluse che la tesi di un piano per destabilizzare l’Istituto era infondata. Ritenne accettabili le testimonianze per il numero di testimoni, la logica e la coerenza delle loro affermazioni. Sostenne inoltre che la veridicità dei fatti fosse provata dalle dichiarazioni delle vittime e da altri elementi corroboranti.

Il decreto finì per rimuovere Buela dalla carica di superiore generale e costringerlo a risiedere lontano dall’Istituto, sotto un’autorità esterna che avrebbe dovuto regolare i suoi contatti con i suoi membri.

L’intervento romano, quindi, non può essere descritto semplicemente come una persecuzione contro un’opera fruttuosa. Si può discutere dell’appropriatezza di alcune misure, della loro forma o delle loro conseguenze. Ma la documentazione mostra che la Santa Sede agì di fronte a problemi concreti e dopo una procedura in cui, secondo il decreto, furono accolte prove e fu ammessa la difesa.

Il problema di dire che “non c’è mai stato un processo”

Una parte importante della difesa istituzionale consiste nell’affermare che Buela non fu mai processato o che non ci fu mai una sentenza contro di lui.

Questa affermazione può essere formalmente difendibile se la parola ‘processo’ viene usata in un senso tecnico molto ristretto. Il procedimento del 2009-2010 non è stato un procedimento penale giudiziario ordinario, ma un procedimento amministrativo che si è concluso con un decreto extragiudiziario.

Ma questa precisione legale può diventare una mezza verità se viene usata per dare l’impressione che non ci sia stata alcuna indagine, difesa, prova o decisione informata.

La procedura amministrativa includeva un’indagine. Buela riuscì a venire a conoscenza delle accuse e presentò un ampio rapporto di difesa. L’autorità romana valutò le testimonianze, esaminò l’ipotesi di una cospirazione e giunse a conclusioni concrete sulla veridicità dei fatti, sulla loro gravità e sulla responsabilità del fondatore.

La differenza tra un processo giudiziario e un decreto amministrativo è importante. Ma non autorizza la cancellazione di tutto ciò che è accaduto all’interno di quella procedura.

Il testo stesso del decreto afferma che i fatti erano provati e che la gravità aumentava dallo status di Buela come fondatore, superiore generale e direttore spirituale. Non si trattava, quindi, di una semplice misura prudenziale adottata perché Roma non sapeva cosa pensare.

Il decreto fu una decisione dell’autorità competente della Chiesa, appositamente approvata da Papa Benedetto XVI. Il suo contenuto poteva essere discusso, impugnato o interpretato. Ma non poteva essere presentato onestamente come se non ci fosse stata alcuna conclusione istituzionale sui fatti.

La distinzione tra “non c’è stato un processo penale ordinario” e “non è stata una conclusione sui fatti” è essenziale.

La prima affermazione potrebbe essere tecnicamente corretta.

Il secondo non descrive adeguatamente il contenuto del decreto del 2010.

La differenza tra sentenza, pena e comunicazione formale

La stessa confusione si manifesta quando si parla del successivo processo penale canonico.

Secondo le informazioni fornite per questa analisi, dopo la procedura amministrativa è stato richiesto un procedimento penale canonico richiesto dallo stesso Buela e da Padre Gustavo Nieto. Il primo processo, tenutosi tra il 2020 e luglio 2021, avrebbe dichiarato la colpevolezza di Buela riguardo ai crimini esaminati.

Successivamente, durante la fase di appello iniziata a novembre 2021, il tribunale avrebbe emesso una sentenza il 30 marzo 2023, confermando la colpevolezza.

Buela morì il 23 aprile 2023, prima che tale sentenza gli fosse formalmente comunicata. Di conseguenza, l’imposizione o l’esecuzione della pena canonica non avvenne, perché la morte spense la possibilità di applicare una sanzione personale.

Ma queste questioni non sono identiche:

  • Una cosa è che ci sia stato un processo.
  • Un altro è che il tribunale ha emesso una sentenza di colpevolezza.
  • Un’altra, che la sentenza è stata formalmente comunicata all’imputato.
  • E un’altra è che una pena canonica è stata imposta o eseguita.

La morte di Buela ha impedito la comunicazione formale e l’applicazione della sentenza. Non significa necessariamente che il tribunale non abbia concluso il suo compito o che non sia giunto a una conclusione.

La formulazione più precisa non sarebbe: “Buela morì prima che ci fosse una sentenza.”

Buela morì prima di essere formalmente informato della sentenza d’appello e prima che la sentenza canonica potesse essere imposta o eseguita. Secondo le informazioni disponibili, il tribunale aveva già completato il suo compito: la prima causa lo aveva dichiarato colpevole e l’appello aveva ratificato la sua colpevolezza.

Inoltre, secondo le informazioni fornite, i casi esaminati nel processo amministrativo non erano esattamente gli stessi di quelli considerati successivamente nel procedimento penale. Anche questo è importante. Non si tratta di una procedura singola ripetuta meccanicamente, ma di azioni canoniche diverse, con obiettivi e momenti differenti.

Ecco perché è problematico usare l’assenza di una sentenza esecutiva per creare l’impressione che non ci siano mai state decisioni sostanziali contro il fondatore.

L’ambiguità come meccanismo di difesa

La difesa istituzionale sembra basarsi su un’ambiguità che permette di preservare due discorsi contemporaneamente.

Esternamente, si può dire che l’Istituto rispetti l’autorità della Chiesa, che rifiuta ogni abuso e che non intende canonizzare Buela.

Internamente, si può sostenere l’idea che il fondatore non sia mai stato realmente condannato, che le accuse non siano state definitivamente provate e che la memoria di Buela debba essere protetta da una campagna diffamatoria.

L’assenza di una sentenza esecutiva facilita questa operazione. Anche la morte dell’imputato prima della comunicazione formale della sentenza. La distinzione legale è reale, ma può diventare uno strumento di confusione se viene usata per cancellare le conclusioni raggiunte in procedimenti precedenti.

La formula può essere riassunta come segue:

Non fu eseguita alcuna sentenza; pertanto, non ci fu alcuna condanna.

Ma questa conclusione non deriva necessariamente dai fatti.

Una sentenza non eseguita non equivale a una sentenza inesistente. Una morte prima della notifica formale non trasforma automaticamente una decisione già presa in un semplice sospetto. E l’assenza di una canonizzazione negativa – cioè di una dichiarazione solenne che condanna pubblicamente il fondatore – non elimina le decisioni concrete dell’autorità ecclesiale.

La questione non è solo quali parole l’Istituto possa usare legalmente. La domanda è quale immagine della realtà trasmetta ai suoi membri.

Se la comunicazione interna riduce tutto a “accuse mai provate”, allora c’è una rappresentazione che entra in tensione con il contenuto del decreto del 2010 e con le informazioni disponibili sul successivo processo penale.

L’ambiguità non è neutrale. Permette di preservare intatta l’immagine del fondatore e di presentare la riforma istituzionale come una reazione sproporzionata a fatti mai stabiliti.

La frase che rivela obbedienza con riserva

In questo contesto, si dovrebbe leggere la frase “anche se non condividiamo personalmente”.

La vita religiosa cattolica non richiede che tutti i religiosi comprendano immediatamente ogni decisione della Santa Sede. L’obbedienza non elimina la possibilità di sperimentare perplessità o sofferenza. Né rende automaticamente ogni atto di autorità una verità intellettuale ovvia.

Ma c’è una differenza tra obbedire a una decisione difficile da comprendere e dichiarare istituzionalmente di non condividere il giudizio che la sostiene.

Il primo atteggiamento può essere una difficoltà spirituale.

La seconda può diventare una forma organizzata di resistenza.

Il documento non si limita a dire che i membri rispetteranno le disposizioni romane anche se ciò è difficile per loro. Afferma che le accetteranno anche se non ne condividono personalmente il contenuto. Quando questa espressione appare all’interno di una dichiarazione istituzionale e nel contesto di un intervento pontificio, il suo significato sociologico è considerevole.

Il messaggio sembra essere diviso in due piani:

  • Esteriormente: accettiamo e rispettiamo le disposizioni legittime della Santa Sede.
  • Internamente: non diamo necessariamente per scontato la diagnosi che sostiene queste disposizioni.

Non si tratta di affermare che ogni riserva mentale costituisce automaticamente un’infrazione canonica. Né si tratta di emettere un giudizio morale su ciascun religioso. La questione è istituzionale e sociologica.

Una comunità non può riformarsi profondamente se ritiene che l’autorità che ordina la riforma sia fondamentalmente sbagliata. Può applicare misure, modificare documenti e modificare procedure. Ma difficilmente potrà ricevere la logica della riforma se mantiene una distanza ufficiale dalla diagnosi romana.

Ecco perché la frase è così rivelatrice. Non descrive solo una difficoltà individuale. Esprime un rapporto con l’autorità.

La Santa Sede appare come un’autorità giuridica da obbedire. Ma non necessariamente come un’autorità spirituale il cui discernimento deve essere ricevuto e permettere una conversione istituzionale.

Dalla conformità esterna alla ricezione interna

La riforma di un istituto religioso non consiste solo nell’esecuzione degli ordini.

Una comunità può obbedire formalmente resistendo allo stesso tempo al senso di ciò che le viene chiesto. Può modificare i propri regolamenti senza modificare le sue abitudini. Può cambiare le sue autorità senza cambiare la sua cultura. Può trasmettere nuove norme senza modificare il modo in cui interpreta lealtà, obbedienza, silenzio e autorità.

L’obbedienza può essere ridotta a una serie di atti amministrativi:

  • consegnare documenti;
  • partecipare alle riunioni;
  • accettare incarichi;
  • modificare gli articoli;
  • rispondere ai requisiti;
  • Riorganizza le responsabilità.

Tutto ciò può accadere senza che l’istituzione si chieda davvero cosa dovrebbe imparare dall’intervento di Roma.

La ricezione interiore richiede qualcosa di più. Pretende che l’Istituto permetta all’intervento di modificare la propria comprensione di sé. Richiede di ammettere che il problema non riguarda solo i critici, gli ex membri risentiti, i media o i vescovi che non hanno compreso il lavoro.

Richiede di chiedersi se certi modi di formare, comandare, obbedire, parlare del fondatore e gestire la sofferenza di chi se ne va non siano esattamente parte del problema.

Appare la differenza tra una riforma cosmetica e una vera riforma.

La riforma cosmetica preserva la storia fondamentale e modifica alcuni strumenti.

La riforma reale rivede la narrazione fondamentale per scoprire quali elementi del passato devono essere preservati, quali corretti e quali abbandonati.

Quando il fondatore cessa di essere storia e diventa la norma

Nella vita normale di una congregazione, il fondatore appartiene all’origine storica dell’istituzione. La sua esperienza, la sua spiritualità e le sue intuizioni fanno parte della memoria dell’istituto. Ma quella memoria deve essere interpretata dalla Chiesa e discerniuta nel tempo.

Il fondatore non può rimanere indefinitamente l’autorità normativa assoluta di un’istituzione che continua a esistere dopo la sua morte.

Quando il fondatore diventa la misura di ogni fedeltà, la comunità smette di chiedersi cosa richieda oggi il Vangelo e inizia a chiedersi cosa il fondatore avrebbe detto, voluto o permesso.

Allora il carisma cessa di essere un dono ecclesiale aperto al discernimento e diventa un’eredità personale da difendere.

Questa trasformazione può produrre una serie di effetti:

  • gli attuali superiori diventano guardiani del pensiero del fondatore;
  • le costituzioni acquisiscono un carattere intoccabile;
  • La critica interna è interpretata come slealtà;
  • gli interventi esterni sono presentati come incomprensione;
  • le testimonianze degli ex membri sono considerate attacchi;
  • l’autorità della Chiesa è accettata purché non modifichi la versione originale.

Non è necessario attribuire mala fede a tutti i membri per descrivere questo fenomeno. Un’istituzione può proteggersi dalla critica perché crede sinceramente di proteggere la verità. Può considerare la fedeltà ciò che, dall’esterno, sembra resistenza. Può chiamare la persecuzione un intervento che, dal punto di vista di Roma, mira a salvare un’opera dalle proprie deformazioni.

Il concetto di “sindrome del fondatore” può aiutare a descrivere questa dinamica in termini organizzativi, purché non venga usato come diagnosi psicologica o come accusa automatica. Questa è una situazione in cui il fondatore si confonde così tanto con la missione che è difficile tracciare confini tra fedeltà al carisma e fedeltà personale all’iniziatore.

Il problema è non aver avuto un fondatore forte.

Il problema sorge quando l’istituzione non può esistere senza la presenza normativa del fondatore.

Costituzioni: legge propria o testo sacro

Formalmente, le costituzioni di un istituto religioso non sono la parola di Dio.

Sono un diritto autonomo. Sono testi ecclesiastici. Devono ricevere l’approvazione dell’autorità competente e possono essere interpretati, corretti e riformati. Anche quando esprimono legittimamente un carisma, rimangono una mediazione storica e giuridica.

Non sono rivelazione cristiana. Non sono un testo ispirato. Non sono una reliquia.

Ma un testo può non essere dogma eppure funzionare come dogma all’interno di una comunità.

Le costituzioni possono acquisire un’autorità simbolica quasi assoluta quando sono direttamente identificate con l’opera del fondatore. In tal caso, riformarle non è più percepito come un normale funzionamento del governo ecclesiale. Viene percepito come un tradimento dell’origine.

Modificare una norma cessa di significare adattare la propria legge ai bisogni attuali. Significa toccare il pensiero del padre fondatore.

Correggere un sistema di addestramento cessa di significare proteggere le nuove generazioni. Comincia a significare cedere ai nemici dell’Istituto.

Rivedere il linguaggio sull’obbedienza e l’autorità cessa di significare rafforzare la libertà evangelica. Arriva a significare indebolimento dell’identità.

L’espressione “difendere, promuovere e vivere il carisma ricevuto dal Fondatore” può essere perfettamente legittima in astratto. Ogni famiglia religiosa deve preservare e sviluppare il carisma ricevuto dalle sue origini.

Ma, in un contesto di crisi, questa formulazione può funzionare come un muro. Rende possibile distinguere formalmente tra il carisma e la persona di Buela, ma lascia intatto l’apparato dottrinale, formativo e costituzionale che viene presentato come ricevuto “attraverso” di lui.

La domanda cruciale è inevitabile:

Chi determina cosa appartiene al carisma e cosa appartiene alla cultura personale del fondatore?

Se la risposta pratica rimane “il fondatore”, la separazione tra carisma e persona diventa meramente retorica.

La sacralizzazione pratica della memoria

La sacralizzazione di un fondatore non richiede una dichiarazione ufficiale di santità.

Può essere prodotto attraverso pratiche, gesti, spazi, storie e oggetti.

Secondo testimonianze e osservazioni fornite nell’ambito di questa analisi, la tomba di Buela continuerà a essere visitata in Argentina. Alcuni religiosi prendevano terra dal cimitero come souvenir. Il famoso Fratello Payo fa visitare la famigerata stanza privata di Buela; e i ritratti di Buela sono ancora presenti in tutte le case dell’IVE e nei conventi della SSVM.

Questi fatti devono essere accuratamente distinti dagli elementi documentati in decreti o sentenze. Non dovrebbero essere presentati come fatti universalmente verificati senza una fonte indipendente per ciascun caso.

Ma, se queste pratiche sono accurate, la loro importanza sociologica è considerevole.

Una tomba può essere un luogo di memoria storica. Una stanza può essere conservata come parte del patrimonio di un’istituzione. Un ritratto può richiamare le origini. Nessuno di questi gesti, considerati in isolamento, dimostra devozione formale.

Tuttavia, quando tutte queste sono unite a un linguaggio reverenziale, una difesa permanente del fondatore e un rifiuto di integrare istituzionalmente le decisioni romane, producono un’economia simbolica di venerazione.

La domanda non è se la parola “sacro” venga ufficialmente usata.

La domanda è se Buela continui a essere trattato come una figura intoccabile, venerabile e normativamente decisiva.

La Chiesa non si trasmette solo attraverso documenti. Si trasmette anche attraverso ciò che viene mostrato ai giovani, ciò che viene preservato, ciò che viene visitato, ciò che è onorato e ciò che non può essere messo in discussione.

La vera teologia vissuta di una comunità non appare solo nei suoi statuti. Appare nei suoi gesti quotidiani.

Ecco perché un’affermazione che dice “non riconosciamo il fondatore come un santo” può essere formalmente accurata e, allo stesso tempo, sociologicamente insufficiente.

Una comunità può negare la canonizzazione e mantenere una venerazione informale. Può rifiutare la parola “santo” e mantenere una figura praticamente intoccabile. Può distinguere giuridicamente tra il fondatore e il carisma mentre organizza l’intera vita affettiva e simbolica attorno al fondatore.

La questione centrale non è il vocabolario.

È la funzione che Buela continua a svolgere.

Il modello della resistenza istituzionale

La pagina “Reminiscences revisited” – un testo anonimo o collettivo pubblicato nel 2016 – riproduce il decreto del 2010 e offre una narrazione critica della storia recente dell’IVE. Il testo dovrebbe essere letto come una fonte interessata e non come una cronaca neutrale. Ma contiene documenti e riferimenti che permettono di ricostruire questioni rilevanti.

Tra questi appare un modello:

  1. L’autorità romana riceve reclami e ordina indagini.
  2. Il fondatore e alcuni settori dell’Istituto interpretano le accuse come parte di un’operazione di destabilizzazione.
  3. I commissari pontifici incontrarono resistenza.
  4. Le decisioni romane non sono pienamente comunicate a tutti i membri.
  5. La figura del fondatore continua a essere rafforzata attraverso visite, corsi, discorsi e presenza simbolica.
  6. L’intervento ecclesiale viene presentato come una minaccia all’opera.

Il decreto del 2010 afferma che i tre commissari pontifici precedentemente nominati sono stati “sistematicamente respinti.” La stessa pagina riproduce anche l’affermazione secondo cui il decreto non è stato comunicato a tutti i membri dell’Istituto.

Il testo riporta anche che, dopo le sue dimissioni, Buela avrebbe continuato a visitare le case dell’IVE e della SSVM per rafforzare la sua figura. In relazione a quel periodo, riproduce la frase attribuita al fondatore: “le suore ti difenderanno sempre.”

Questi elementi non dovrebbero essere usati senza distinguere tra documento ufficiale, testimonianza pubblicata e interpretazione degli autori della pagina. Ma ci permettono di formulare un’ipotesi storica solida: la difficoltà attuale nel ricevere la riforma romana non sembra essere sorta improvvisamente.

La resistenza non sarebbe solo una reazione alle ultime decisioni. Potrebbe essere la continuazione di una cultura istituzionale più antica, formata negli anni attorno alla difesa del fondatore e all’interpretazione di qualsiasi intervento esterno come minaccia.

La crisi attuale, in questo senso, non farebbe eccezione. Sarebbe la manifestazione più recente di un rapporto problematico con l’autorità.

Un’istituzione può obbedire senza cambiare

Una comunità può eseguire ordini senza accettarne il significato.

Può cambiare documenti senza cambiare l’immaginario. Può riformare gli articoli delle costituzioni pur considerando intoccabile l’uomo che li ha ispirati. Può ricevere un commissario senza concedergli una vera autorità spirituale. Può ascoltare Roma continuando a insegnare interiormente ciò che Roma non capiva.

Questa è la forma di resistenza istituzionale più difficile da rilevare, perché non appare necessariamente come una ribellione aperta.

Non c’è sempre un rifiuto esplicito.

A volte c’è conformità formale, ritardo, reinterpretazione, silenzio selettivo, spostamento del problema o conservazione dei simboli precedenti. L’istituzione non dice “non obbediamo”. Dice “obbediamo legittimamente”. Non dice “rifiutiamo Roma”. Dice “atteniamo, anche se non condividiamo”.

La legalità diventa così la massima frontiera dell’obbedienza.

La domanda cessa di essere:

Cosa ci chiede la Chiesa di comprendere e cambiare?

E diventa:

Cosa siamo legalmente obbligati a fare e cosa possiamo mantenere senza violare formalmente un ordine?

Questa trasformazione modifica completamente il significato della vita religiosa.

L’obbedienza cessa di essere la volontà di lasciarsi correggere e diventa un esercizio di delimitazione: fino a che punto arriva l’autorità, cosa può imporre, cosa non può toccare e quale margine rimane per mantenere intatta l’identità precedente.

Da un punto di vista sociologico, questa è una forma di obbedienza condizionata.

Non significa che ogni membro agisca in malafede. Significa che la comunità non ha integrato internamente il motivo dell’intervento.

Le vittime non possono essere escluse dal centro

Lo spostamento del centro morale è uno dei problemi più importanti del documento istituzionale.

Il testo respinge ogni abuso. Afferma di non intendere canonizzare Buela. Sostiene di non dichiararlo innocente. Distingue tra la persona del fondatore e il carisma dell’Istituto. Tutto ciò deve essere riconosciuto.

Ma il baricentro non sembra essere sulle persone ferite.

L’argomentazione si concentra piuttosto sulla presunzione di innocenza, sull’assenza di una pena esecutiva, sulla protezione della buona reputazione del defunto e sull’impossibilità di confermare legalmente certi fatti come se fosse stata comunicata ed eseguita una pena penale.

Questi elementi possono avere rilevanza giuridica. Ma un’istituzione in crisi non può essere limitata a una difesa procedurale.

Bisogna chiedersi cosa sia successo a chi denunciava, quali strutture permettessero gli eventi, quali forme di autorità favorissero il silenzio, quale ruolo abbia avuto la dipendenza spirituale e come la reputazione istituzionale fosse protetta da persone considerate danneggiate.

Una riforma autentica non inizia solo chiedendo come preservare la buona reputazione del fondatore.

Inizia chiedendo come venga ripristinata la centralità della verità, della giustizia e della dignità di coloro che hanno sofferto.

La questione della buona reputazione non è irrilevante. La Chiesa riconosce l’importanza di non diffamare e non attribuire crimini infondati. Ma la buona reputazione non può diventare una categoria che impedisca di ascoltare le vittime o di integrare le conclusioni delle autorità competenti.

Se la difesa della reputazione del fondatore occupa tutto il spazio, le persone ferite appaiono come una minaccia all’istituzione. Allora la memoria del fondatore diventa un principio organizzativo più importante della verità sul danno.

Questo contraddice la logica evangelica che l’istituzione stessa sostiene di difendere.

Non si tratta di distruggere il carisma

La riforma non richiede di negare tutti i frutti dell’IVE o della SSVM.

Né richiede di affermare che tutto ciò che riguarda Buela sia falso, corrotto o inutile. Non sarebbe serio equiparare il conservatorismo religioso a un abuso o affermare che tutti i membri abbiano partecipato a una cultura di insabbiamento.

Un’istituzione può produrre frutti pastorali affrontando anche seri problemi di governance. Può attrarre vocazioni ma allo stesso tempo formare in modo scadente. Può svolgere opere preziose proteggendo una cultura del silenzio. Può trasmettere elementi autentici del Vangelo insieme a strutture di autorità distorte.

L’esistenza dei frutti non prova l’innocenza del sistema.

Né i difetti del fondatore eliminano automaticamente qualsiasi possibile valore spirituale dall’opera.

La questione è il discernimento.

La Chiesa non interviene necessariamente per distruggere un carisma. Può intervenire per separare il carisma dalle deformazioni storiche accumulate intorno ad esso. Può cercare di salvare ciò che è evangelico proprio perché l’istituzione non è riuscita a purificarsi.

Ecco perché la narrazione che presenta l’intervento romano come un attacco all’esistenza dell’Istituto è così problematica.

L’intervento può anche essere inteso come un salvataggio.

Roma potrebbe cercare di impedire che un’opera venga coinvolta nella difesa del suo fondatore. Potrebbe cercare di ristabilire il carisma alla Chiesa, separandola da un’autorità personale che è diventata una norma assoluta.

Il carisma, se autentico, non dovrebbe aver bisogno che tutto ciò che riguarda il suo fondatore rimanga intoccabile.

Un vero carisma può sopravvivere alla critica, alla riforma e alla purificazione. Se scompare quando il fondatore viene messo in discussione, forse l’istituzione non proteggeva un carisma, ma un’identità personale sacralizzata.

La vera difficoltà nella riforma delle costituzioni

La riforma delle costituzioni è difficile non perché manchi giuristi, canonisti o procedure.

È difficile perché toccare le costituzioni può significare toccare l’altare simbolico su cui l’Istituto ha costruito la propria identità.

Se le costituzioni sono vissute come opera normativa di Buela, qualsiasi riforma può essere percepita come un’aggressione contro la memoria del padre. Se l’obbedienza assoluta, l’interpretazione della missione, il rapporto con le autorità e il linguaggio interno sono stati formulati sotto la sua influenza, correggerli implica accettare che la cultura fondatrice non fosse neutrale.

La riforma ci costringerebbe a riconoscere che il fondatore potrebbe aver lasciato tracce problematiche non solo nel suo comportamento personale, ma anche in:

  • il modo di formare la religione;
  • il modo in cui esercita l’autorità;
  • il rapporto tra superiori e subordinati;
  • l’interpretazione dell’obbedienza;
  • il trattamento di chi se ne va;
  • la valutazione della critica interna;
  • la concezione della missione;
  • il rapporto con i vescovi;
  • il modo in cui parla la Santa Sede;
  • e la gestione dei reclami.

Questo è molto più doloroso che modificare un articolo legale.

Significa accettare che il problema non fosse solo che un uomo potesse aver commesso abusi. Significa ammettere che una struttura completa avrebbe potuto produrre le condizioni affinché la sua autorità fosse protetta, le sue decisioni difficili da mettere in discussione e le sue vittime fossero subordinate alla difesa dell’opera.

Finché il fondatore continuerà a funzionare come garanzia assoluta di autenticità, quell’autocritica sarà quasi impossibile.

Il sistema non ha bisogno di una cospirazione per bloccarsi. Un’identità troppo chiusa è sufficiente.

L’esame in attesa dell’IVE e dell’SSVM

L’ultima domanda non è semplicemente se l’IVE possa continuare a esistere.

La domanda è sotto quale verità possa continuare a esistere.

Può cercare di mantenere quasi intatta la narrazione fondamentale, obbedire al minimo necessario e sperare che col tempo la pressione esterna diminuisca. Può modificare alcuni documenti, accettare certe strutture di supervisione e allo stesso tempo mantenere la memoria di Buela come asse normativo della vita interna.

Una tale strategia può permettere la sopravvivenza istituzionale.

Ma non sarebbe stata una riforma profonda.

Sarebbe una conservazione sotto pressione.

L’altra possibilità è molto più dolorosa: riconoscere che la fedeltà al Vangelo può richiedere una reale distanza critica dal fondatore. Riconoscere che il carisma, se esiste, non appartiene a un solo uomo. Riconoscere che le costituzioni possono e devono essere riformate. Riconoscere che i gesti simbolici hanno conseguenze formative. Riconoscere che la venerazione informale del fondatore può bloccare la ricezione delle decisioni romane.

Richiederebbe anche di riconoscere che vittime e persone danneggiate non sono un problema di comunicazione. Non rappresentano una minaccia per la reputazione. Non rappresentano un ostacolo alla missione.

Sono un posto vero.

L’obbedienza a Roma non può essere ridotta a una formula giuridica che permette di eseguire ordini preservando la stessa storia internamente.

L’intervento della Chiesa può portare a una vera riforma solo se l’Istituto accetta di lasciarsi mettere in discussione da essa.

L’IVE può esistere senza Buela come figura normativa?

Questa è la domanda decisiva.

Non se può esistere storicamente senza il suo fondatore. Questo è evidente: Buela è morto e l’istituzione continua.

La domanda è se possa esistere senza che Buela continui a funzionare come autorità normativa, garanzia di autenticità e centro affettivo di identità.

Se la risposta è no, la riforma sarà quasi impossibile.

Se la risposta è sì, l’Istituto dovrà dimostrarlo non solo con affermazioni, ma anche con gesti concreti:

  • riformare davvero le loro costituzioni;
  • sottoporre il carisma al discernimento ecclesiale;
  • la revisione dei sistemi di addestramento;
  • accettare contrapposizioni nel governo;
  • ascoltare persone ferite senza difesa automatica;
  • abbandonando la narrazione permanente della persecuzione;
  • distinguere la memoria storica dalla venerazione;
  • e accettando che l’autorità della Chiesa non sia un fastidio esterno, ma il luogo dove un carisma viene messo alla prova, corretto e, se autentico, salvato.

Una congregazione non appartiene al suo fondatore.

Appartiene alla Chiesa.

Le costituzioni non sono reliquie. Sono strumenti.

Il carisma non è proprietà privata di una famiglia religiosa. È un dono ecclesiastico soggetto al discernimento della Chiesa.

E la memoria del fondatore non può essere posta sopra la verità, la giustizia, la comunione danneggiata o ecclesiale.

La Santa Sede può nominare commissari, chiedere riforme, rivedere testi e modificare i governi. Ma c’è qualcosa che non può fare dall’esterno: costringere un’istituzione a smettere di venerare interiormente la propria immagine di sé.

C’è il vero test per l’IVE e l’SSVM.

Non si tratta di odiare Buela.

Si tratta di smettere di aver bisogno che lui sia intoccabile.

Non si tratta di cancellare la storia.

Si tratta di metterla sotto la verità.

Non si tratta di negare tutti i frutti.

Si tratta di impedire che i frutti vengano usati come scudo contro la purificazione.

Perché una congregazione che può obbedire a Roma solo finché il sacro racconto della sua origine non viene toccato non ha ancora compreso cosa la Chiesa le stia chiedendo.

E forse è per questo che riformare le sue costituzioni è così difficile: non perché manchino documenti, giuristi o procedure, ma perché toccare quelle costituzioni implica toccare l’altare simbolico su cui l’Istituto ha costruito la sua identità.

Fonti e documenti menzionati

Nota metodologica

Questo articolo distingue tra documenti ufficiali riprodotti pubblicamente, informazioni fornite da persone a conoscenza del caso e analisi sociologiche. Le pratiche relative alla tomba, alla stanza e ai ritratti di Buela sono presentate come testimonianze o informazioni che richiedono una documentazione indipendente specifica.

Non si sostiene che tutti i membri dell’IVE o della SSVM condividano lo stesso atteggiamento, né che ogni persona che conserva un ricordo positivo del fondatore partecipi a una strategia di insabbiamento.

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